mercoledì 22 aprile 2015

Hanno collaborato con noi

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CHIACCHIERANDO DI MALATTIE RARE E NON SOLO…… - Antonella Algeri -

CHIACCHIERANDO DI MALATTIE RARE E NON SOLO……
- Antonella Algeri -


Capita spesso  di leggere di episodi di “malasanità”, più o meno gravi, più o meno strumentalizzati, ma che, per fortuna, non sono la norma (ci mancherebbe altro!!);  indubbiamente le inefficienze devono essere segnalate agli organismi di competenza e portate a conoscenza di tutti i cittadini affinchè si vigili, ognuno nel proprio ruolo, e si tengano “gli occhi aperti” come si suol dire…….
Molto meno spesso capita invece di leggere di episodi di “buonasanità” non perché non esistano ma bensi perché tali situazioni rientrano nella normalità delle cose . Credo invece possa essere utile ed opportuno, per una giusta valorizzazione dell’operato di chi (medici, infermieri, operatori sanitari in genere) dedica la propria vita ad una attività ed in un ambito dove la certezza non esiste ed anche per dare fiducia a tutte quelle persone che loro malgrado si ritrovano a combattere quotidianamente con la malattia.
Proprio in questa ottica, tempo fa,  ho segnalato all’Ordine dei Medici di Messina, un episodio avvenuto tempo fa nell’Ospedale di S.Agata di Militello, dove era stato ricoverato mio figlio, e dove lo Psichiatra Dr. Gianni Roberto Cipriano ha gestito con professionalità, attenzione e grande rispetto della persona,  una criticità venutasi a creare e contemporaneamente ha impostando una terapia che ha avuto un notevole risultato sul paziente.
Il centro studi la Fenice di Messina, in particolare il Responsabile Dr. Giovanni Caminiti e  la Commissione medico-scientifica,  hanno valutato positivamente la mia segnalazione premiando,  lo scorso sabato 18 c.m., il Dr. Gianni Roberto Cipriano, durante una manifestazione svoltasi a Messina.
Colgo l’occasione per evidenziare l'importanza della Psichiatria che non è una branca secondaria della medicina e sopratutto per ricordare che le persone affette da patologie psichiatriche non sono colpevoli della loro malattia e non sono dei deboli.... tutti possiamo ammalarci, in qualunque momento!! Da tempo combatto una mia personale battaglia contro i pregiudizi e lo stigma che circonda le malattie della mente. L'Organizzazione mondiale della Sanità stima che le patologie psichiatrice sono la terza causa di inabilità dopo le patologie oncologiche e quelle cardiovascolari, ma sopratutto si stima che due pazienti psichiatrici su tre non si curano anche e sopratutto a causa dei preziudizi, e questo è molto grave.
Aggiungo un breve commento dello Psichiatra Dr. Giuseppe Lago che così si è espresso:

Condivido e aggiungo che la Psichiatria è tuttora paralizzata da una legge (la 180 di Basaglia) che sacrifica la figura dello psichiatra, equiparandolo a un infermiere, assistente sociale, burocrate, impedendogli di svolgere, come gli altri medici, una funzione professionale. Finché non sarà possibile separare la psichiatria ambulatoriale (che è la maggior parte) dalla psichiatria assistenziale (che è minore ma richiede più strutture), si farà sempre una gran confusione e si impedirà l'opera più importante che è quella di prevenire e curare precocemente i disturbi psichiatrici.

Eventuali segnalazioni possono essere fatte o all’ordine dei Medici o al Centro Studi La Fenice.


I ricordi di un giovane del nonno a Pirrione - Calogero Pinzone –

Ricordi del nonno di un giovane a Pirrione
- Calogero Pinzone –
 Una famiglia molto unita che ha sempre lavorato... anni’50... Calogero Pinzone lavorava a Pirrione.  Tante vicende si susseguivano in quei giorni e tanti ricordi simpatici restano nella sua mente.
Il "nonno" Vincenzo lavorava dalla famiglia Baratta Vincenzino, l’ingegnere. Durante la settimana si dedicava alla campagna,e sbrigava faccende in paese. Certo è che arrivare in paese con un mulo non era poi cosi tanto semplice, un animale docile, mansueto ma... lento nei suoi passi. Tutti i sabati si andava a prendere l’acqua a Scolari, due bummuli, e la si portava col mulo a Patti, dallo “Zio” Giovanni Baratta. Certamente l’acqua di Scolari non era paragonabile all'acqua di Patti, poiché era sempre l’acqua del paesello. Anche se nei ricordi sorridenti di Calogero racconta le varie vicissitudini del nonno nel preservare l’animale da trasporto: l’acqua non la trasportava da Ucria ma la prendeva lungo il tragitto, per non rendere il viaggio pesante al mulo. Ma al “Padrone” non lo si diceva.
Tante storie si ricordano nel territorio di proprietà Baratta: tra Pirrione, Scolari o Nucidditu il lavoro non mancava, orto, nocciole e terreno richiedevano un sacco di manualità. Ma la famiglia Pinzone ricorda che la famiglia Baratta non erano i soliti “Padroni”, e come se facevamo parte di un’unica famiglia: quello che si cucinava era uguale per tutti.

Un ricordo simpatico: un giorno l’ingegnere Baratta Vincenzino chiede a Vincenzino Orifici: “Vai a prendere le zucchine”, allora Vincenzino non conoscendo bene l’italiano, andò a prendere due zucche di legna, scambiando l’ortaggio per un fascio di legna. 
e....
Finì tutto con una risata.


IL PUNTO CROCE
- Rosalba Paladina -






Il punto croce è una tecnica di ricamo su tela o canovaccio o lino o trama regolare e larga, infatti
i fili devono essere contati e perciò ben visibili in modo da poter individuare piccole zone quadrate. I disegni vengono a volte copiate da schemi su base quadrettata a colori, o in bianco e nero. Si lavora su un tessuto a tessitura regolare, l'ago deve avere una cruna larga, in modo da allargare i punti di ingresso nel tessuto e conferire meglio regolarità al lavoro e la punta arrotondata, per lo stesso motivo. I fili colorati sono generalmente di cotone, di lino o viscosa e vengono lavorati in modo da formare una serie di X, il filato più comunemente usato per il punto croce è il cotone "moulinè" che si presenta come un filo a 6 capi divisibili La mia passione per il punto croce è nata 2 anni fa. E' una tecnica che mi piace molto è nata così per caso guardando delle arniche che vi lavoravano, e così mi sono chiesta perché non provarci? Così pian piano ho iniziato ad impararlo e adesso è diventato uno dei miei passatempi preferiti.

11 MAGGIO 2014, IN NOME DEL RICORDO DI UN AMICO, UN BRAVO RAGAZZO, UN FIGLIO, UN FRATELLO - Salvatore Lo Presti –

11 MAGGIO 2014, IN NOME DEL RICORDO DI UN AMICO, UN BRAVO RAGAZZO, UN FIGLIO, UN FRATELLO
- Salvatore Lo Presti –



Come prima cosa, mi sembra doveroso scusarmi con le persone che più di tutte soffrono per la sua mancanza, perché non essendo io uno scrittore, non riuscirò a scrivere un articolo  i cui contenuti e le cui parole siano degne di un ragazzo come Marco Campisi.
Parto dal titolo, in particolare dal mese dell’articolo e personalizzando devo dire che da sempre il mese di Maggio per me, ma non solo per me, rappresenta un mese in cui ci sono, o ci sono stati, giorni pieni di significati, belli come ad esempio la festa del nostro SS. Patrono, o nel caso mio specifico il mio compleanno e quello di altre persone a me care, ma che oltre a rappresentare episodi, fatti e ricorrenze positive, è un mese che in me lascerà sempre e comunque un ricordo che di positivo non ha niente. Lo sappiamo tutti, la vita, la maggior parte della nostra vita, è facilmente riassumibile, passiamo la maggioranza dei nostri giorni in maniera simile, direi stereotipata, sono veramente pochi i giorni che sono veramente ricchi di significato, giorni che ricorderemo per sempre, per me, e non solo, alcuni di questi giorni saranno sempre l’11 Maggio del 2014 ed i giorni successivi ad esso, giorni di lutto non solo per il sottoscritto ma per tutta la nostra comunità e soprattutto per la sua famiglia, perché noi tutti è vero abbiamo perso un amico, un bravo ragazzo o qualsiasi altro modo si possa trovare per descrivere Marco, ma loro hanno perso un figlio, un fratello, e non oso immaginare cosa possa significare perdere tutto ciò.
Adesso potrei scrivere i ricordi felici che ho con Marco e delle giornate/serate passate assieme, ma come me e più di me potrebbero farlo tanti altri, il mio intento non è quello di ricordarlo scrivendo un episodio o degli episodi passati con lui, che comunque resteranno per sempre all’interno del mio cuore, come i vostri nel vostro, quello che voglio condividere con voi, e soprattutto con la sua famiglia è ciò che hanno rappresentato per il sottoscritto quei giorni, ciò che rappresentano e che mi hanno insegnato, perché se è vero che sarebbe bello poter cancellare i giorni brutti e sostituirli con qualcosa di bello, tutti sappiamo che alcuni giorni non si dimenticano indifferentemente dal loro essere tristi o felici, ma bisogna trarre anche da questi giorni qualcosa, qualcosa che ci permetta non solo di andare avanti, ma anche di diventare persone migliori.
Giorno 11 Maggio me lo ricordo come se fosse accaduto ieri, mi trovavo a Palermo e quella mattina avevo appuntamento alle 9.00 in un bar con Fabrizio Sciacca, per andare a visitare il Castello della Zisa, mi ricordo benissimo, che stavo andando al luogo dell’appuntamento per raggiungere Fabrizio quando mi è giunta la notizia alche sono subito torno a casa a preparare la valigia. Preso il treno alle 11.08 arrivato ad Ucria, il tempo di posare le valigie a casa mi sono diretto verso casa sua con la mia famiglia. È stato un giorno lunghissimo, tantissime persone presenti per rendere omaggio a lui, un amico di tutti, tutti increduli e distrutti dal dolore, così come anche i giorni successivi.
Ma il momento più triste di questi giorni è stato quello del suo corteo funebre, dove un intera comunità, la nostra, era tutta stretta  in un unico dolore, ricordo perfettamente che durante il tragitto che va dal nostro duomo al cimitero, il silenzio veniva rotto dagli applausi dedicati a lui è dalle lacrime che scendevano per la consapevolezza di sapere di aver perso una persona veramente buona.
Quei giorni non potrò mai dimenticarli, ma ciò che non potrò mai dimenticare è soprattutto un pensiero che da quel giorno mi è rimasto in mente, e cioè, che noi ucriesi, siamo capaci anche di essere tutti uniti, e mi chiedo, perché questa unione ci deve essere solo nel dolore e non siamo capaci di provare questo sentimento reciproco tutti i giorni? perché nei giorni che non ricorderemo e che non ricordiamo e cioè nella routine quotidiana molte volte ci trattiamo con odio e indifferenza? Queste domande sono rimaste chiuse dentro di me a lungo, pensavo di essere l’unico a pensarle, e non le ho esposte a nessuno, ma poi, circa alla fine dell’estate con Pina, Gino, Maria e altri ragazzi e ragazze, mi sono imbarcato nell’iniziativa di creare un associazione ucriese e di scrivere un giornalino, e soprattutto molti di loro avevano già le idee chiare su quale dovesse essere il nome degli stessi.
E’ stata lì la svolta, che mi ha fatto capire che questo mio pensiero non era isolato, non ero solo io a pensare ciò che ho espresso prima, ho conosciuto chi era Ranieri Nicolai, grazie alla mia curiosità, ho appreso cosa aveva o quantomeno cosa voleva cercare di fare ma che aveva comunque iniziato, e ho avuto modo di leggere i numeri de “La Cruna dell’Ago” che aveva scritto lui e che avevano scritto con lui molti altri ragazzi nel 98’.
Tra i vari articoli scritti, molti di notevole interesse, uno mi ha trovato perfettamente d’accordo, ed era un articolo del terzo numero scritto dal nostro Sacerdote attuale, Don Carmelo Catalano, articolo scritto subito dopo la morte di Ranieri, la frase che più di tutte mi ha colpito dell’articolo, e che io adesso voglio condividere con voi è la seguente

“Vogliamoci bene, vogliamoci sempre più bene.
Non aspettiamo il pericolo per unirci e la morte per stimarci”

ed aveva, e ha, perfettamente ragione Padre Carmelo, a cosa serve provare odio l’uno con l’altro, a cosa serve insultarsi e additarsi, facciamo parte tutti di una comunità, anche se non siamo come fratelli e sorelle, perché questo lo reputo molto difficile, possiamo comunque aiutarci tutti e possiamo provare stima per gli altri senza insultarci, per cercare di rendere migliori noi stessi.
Questo mio pensiero che ho avuto il piacere di condividere con voi, seppur era presente in me anche prima dello scorso 11 Maggio,  ma da allora è continuamente presente, come è continuamente presente Marco che ricordo sempre, e sempre e comunque con grande gioia proprio perché era veramente un ragazzo d’oro, e proprio in nome di Marco, e di quello che era, che chiedo a voi/noi ucriesi, di smetterla di screditarci l’un con l’altro e di sostituire questa tipologia di discussione con atti e parole di stima e affetto l’un con l’altro.
Voglio terminare questo mio pensiero, con il ringraziamento a Marco, che anche se non è più in mezzo a noi, per tutti coloro che lo hanno conosciuto, e hanno avuto l’opportunità di conoscerlo e di poterlo vivere anche per pochissimo tempo, è stato ed è un esempio di come ci si debba comportare una persona in società, soprattutto in una società come quella ucriese.

Ti voglio bene Marco e grazie veramente per tutto quello che rappresenti, hai rappresentato e continuerai a rappresentare per me.

PENSIERI - Franca Pinzone -


PENSIERI: SAPER INVECCHIARE - Rita Paladina -

PENSIERI
Rita Paladina
SAPER INVECCHIARE

Sei vecchio non quando hai una certa età
ma quando hai certi pensieri.
Sei vecchio quando ricordi le disgrazie e i torti subiti,
dimenticando le gioie che hai gustato e i doni
che la vita ti ha dato.
Sei vecchio quando ti danno fastidio i bambini
che giocano e corrono, le ragazzine che cinguettano,
 i giovani che si baciano.
Sei vecchio quando
continui a dire che <bisogna tenere i piedi per terra>,
e hai cancellato dalla tua vita la fantasia, il rischio,
la poesia, la musica.
Sei vecchio quando non gusti più i canti degli uccelli,
l'azzurro del cielo, il sapore del pane,
la freschezza dell'acqua, la bellezza dei fiori.
Sei vecchio quando pensi che sia finita per te
la stagione della speranza e dell'amore.
Sei vecchio quando pensi alla morte
come al calar nella tomba, invece che come
al salire verso il cielo.

Se invece ami, speri, ridi,
allora Dio allieta la tua giovinezza
anche se hai novant'anni.
( Anonimo)

COME SI FACEVA IL BUCATO ANTICAMENTE: A LISCIA - Antonina Maria Orifici –

COME SI FACEVA IL BUCATO ANTICAMENTE: A LISCIA
- Antonina Maria Orifici –


In dialetto
Anticamente i fimmini chi cufini supra la testa chini di robi, s'innievanu a lavare to sciumi.
Chiddu era lu postu pi lavari , lavavano ca ciniri (o rannu) e l'acqua, chiamata a cussi pirchi i robi vinevunu bianchi e si facia a liscia o bucatu.
Traduzione in Italiano
Anticamente le donne con le ceste sopra la testa andavano a lavare nel fiume ,quello era il posto per lavare, lavavano con la cenere e chiamata (Rannu), così che i panni venivano bianchi era così che si faceva il bucato.
Preparazione del bucato a lascia: In dialetto
Si virsava acqua e ciniri to quadaruni e si dumava u focu si tinia dui uri si priparava u cufinu e si mittia una tila di cutuni d'intra , biancu, a bianchiria si lavava supra a cciappa ta gibbia o sciumi ,poi si mittia to cufinu poi supra si appuggiava un tuvagghiuni to mezzu si virsava l'acqua ,u tuvagghiuni trattinia a ciniri e si facia ripusari una notti pi culari l'acq-ùa pio a matina si livava u tuvagghiuni e la ciniri chi ristava e si purtava n'atra vota o ciumi o a gibbia pi sciacquarla.
In italiano
 Si versava acqua e cenere in un recipiente si accendeva il fuoco e si lasciava per 2 ore intanto si preparava una cesta e dentro si metteva una tela bianca.
La biancheria si lavava sopra una pietra o nella gibbia (vasca in pietra che si trovava all'aria aperta contenente acqua sorgiva) al fiume poi si metteva dentro uno strofinaccio in mezzo si metteva l'acqua, lo strofinaccio tratteneva la cenere e intanto scolava e si faceva riposare una notte si doveva tenere così per togliere la l'acqua ,la mattina si lavava il tovagliolo e la cenere che restava e si portava di nuovo al fiume o alla vasca per sciacquarla.
Conclusione
Poviri fimmini n'un ni putevunu chiù i tempi antichi nun erunu comu ora cu tutti i granni comodità ni lamintamu sempri sempri. Nun semu mai cuntenti mugghi i tempi moderni avemu i detersivi avevu tuttu. Nun ci manca nenti. Secunnu vuatri su meghiu i tempi d'una vota? o chiddi d'oggi? Parlamuni chiaro. Secunnu commu a pensu ia, mugghi la modernità e vatri tuttti fimmini?

LA FONTANA - Angela Niosi -

LA FONTANA
- Angela Niosi -


Ogni quartiere ne aveva una.
Sporgeva dal muro  con un rubinetto a forma di margherita che finiva con una piccola proboscide; di solito era arrugginito e si faceva fatica a girarlo. In più, c’era sempre qualcuno con una forza superiore che l’avvitava così stretto- per non farlo gocciolare e quindi spardare acqua - si giustificava, che ci voleva una forza equivalente per riaprirlo.
Sotto alla fontana, un semicerchio di pietra circondato da un cordolo, permetteva di appoggiare secchi, bagnaroli, bumbuli e quartari che venivano riempiti per le necessità della casa.
Bisognava andare all’ora giusta perché , se ci andavi nell’ora di punta, rischiavi di rimanere in attesa anche delle ore. Non era in vigore il rispetto della fila, c’era sempre il prepotente che aveva delle improbabili incombenze che l’aspettavano. I bambini, poi, erano sempre ultimi.
Se il recipiente era grande, si andava in due e bisognava essere ben sincronizzati nel trasporto, altrimenti rischiavi di rovesciarne una buona parte lungo il tragitto per via dell’ondulazione che faceva sollevare piccole onde dispettose. Si arrivava a casa sempre mezzi bagnati.
Circolava una leggenda che sentivo raccontare da bambina. Si sussurrava che ,di notte, uscivano le magare, sorta di streghe dotate di poteri malefici. Anche esse andavano a rifornirsi d’acqua alle fontane. Per potersi servire senza essere disturbate, urlavano e facevano un fracasso di pentole allo scopo di spaventare le donne che  si recavano a riempire i recipienti a quell’ora ,per trovare la fontana più libera dall’affollamento del giorno.
In seguito, ho scoperto che non era affatto così.
 La verità era che le urla e il rumore erano provocati da qualche burlone, per  fare piazza pulita dei clienti  notturni della fontana che fuggivano via terrorizzati. Ricordo che ero rimasta delusa da questa spiegazione razionale. Preferivo immaginare streghe forsennate sospese a mezz’aria, lunghi capelli neri e bocche sdentate, anche se ne avevo un po’ paura.
Ma la regina, per me, era lei: la fontana di via Pozzo.
Era diversa dalle altre.
Non ti accorgevi di essa fin quando, arrampicandoti lungo la via che sbandava in curve asimmetriche,non  te la trovavi di fianco. Ne sospettavi la presenza solo un po’ prima di vederla, nel  breve rettilineo che interrompeva la salita dove ansimavano  le macchine che parevano sempre sul punto di scivolare all’indietro.
Prima scorgevi un accenno di pancia e, quando arrivavi al breve tratto pianeggiante, lei si mostrava in tutta la sua bellezza. O, almeno così sembrava a me.
Sospesa, assomigliava ad una  acquasantiera. Era perennemente umida , con una peluria di muschio incollata al muro attorno al rubinetto.
L’acqua che ne fluiva era freschissima, le sue erano nobili origini, proveniva infatti da una sorgiva di un monte incantato.
Dava ristoro ai passanti che si fermavano presso di lei per rinfrescarsi la bocca oltre che  riposarsi dalla fatica della ripida salita.
Dava ristoro ai bambini, che spintonandosi per la fretta di riprendere i giochi,attaccavano il muso alla proboscide  e bevevano avidamente  per combattere la calura delle pazze corse estive, e poi si asciugavano la bocca gocciolante con il dorso della mano.
Io  la consideravo mia per il fatto che si trovava vicino alla mia casa dalla quale  era separata da una lunga scalinata ,occupata abusivamente da fastidiose ortiche.
Ne ero quasi gelosa e,quando capitava che il rubinetto si guastasse lasciando scorrere senza controllo l’acqua preziosa, soffrivo con lei e chiedevo con insistenza a mio padre di trovare un rimedio.
Un brutto giorno  trovai , sopra l’attaccatura del rubinetto ,una scritta stilata con vernice rossa.

Diceva, ma a me pareva che gridasse, “ACQUA NON POTABILE”. Dai discorsi dei grandi, capii che erano stati trovati animali morti dentro il condotto. Fu, per me, un grande dolore!  

UCRIA NEL DOPO-GUERRA - Achille Baratta –

UCRIA NEL DOPO-GUERRA
- Achille Baratta –
In un ritaglio di Sicilia sui monti Nebrodi, tutto sembra immutabile e soprattutto si ha la convinzione che noi nella storia della nostra terra non abbiamo inciso. Ci piace pensare che tutto va bene e siamo abituati tanto che rifuggiamo da  qualsiasi novità eppure per quanto non dichiarata la guerra che combatté in Sicilia, tra lo sbarco angloamericano nel 1943 e la morte simulata del bandito Giuliano,nel 1950, fu ad altissima intensità.
Mi piace rimarcare con Alfio Caruso che in tutto questo ha avuto una parte essenziale della riorganizzazione della mafia e nello sviluppo della delinquenza. Si affannino pure a smentire quelli della politica che al tempo muovevano i pupi quando sostenevano  che il loro movimento indipendententista è stato appoggiato soltanto da determinate categorie di onesti siciliani.
Sta di fatto che i più noti capi mafia dell’isola, e in particolare della città di Catania e di Palermo hanno appoggiato il movimento d’indipendenza e che il bandito Giuliano e i suoi soci, pur commettendo ogni sorta di reati, anche contro lo Stato si sono affermati i separatisti e in definitiva pur essendo solo e essenzialmente dei semplici delinquenti.
Attraverso il separatismo alcune bande armate hanno trovato l’appoggio e l’approvazione della mafia e hanno avuto anche il coraggio di giustificare i loro crimini. Purtroppo è stata Cosa Nostra a fornire a Giuliano le informazioni per i rapimenti dei professionisti facoltosi per rapire anche sul furgone del Banco di Sicilia che fu assaltato il 28 dicembre a Palermo, subito dopo aver lasciato l’agenzia 3 in via Amari, allorché ad un incrocio si materializza Giuliano con una decina dei suoi con i mitra spianati. Vengono portati via i sacchi con gli stipendi e le tredicesime dei dipendenti pubblici, il colpo frutta ventimilioni di lire, circa seicentomila euro di oggi.
Cosi Alfio Caruso nel suo libro edito da Longanesi descrive un periodo che vogliamo dimenticare e che ci ha portato ad avere lo Statuto Speciale.
Sembrano fatti remoti che non ci appartengono eppure anche Ucria ne è stata protagonista, incendiando il comune e mettendo a soqquadro tutto quello che rappresentava lo Stato.
Colpevoli o meritevoli? Come tutte le cose è difficile esprimere un giudizio ma la nostra miseria culturale ed economica non aveva limiti e noi per destinazione inabili, abbiamo alzato la testa, ma ci siamo dimenticati che cambiavamo soltanto padrone.

Ogni altra affermazione è pretestuosa e di parte, ma non si possono dimenticare fatti che hanno contraddistinto la nostra storia per quello che riguarda la conquista dei diritti umani, che sono elemento essenziale di ogni civiltà e di ogni centro abitato, che non può fare a meno di guardare indietro per anelare alla voce della speranza e di quel rinnovamento che rincorriamo sempre senza mai raggiungerlo.


SANTO SUBITO - Giuseppe Salpietro -

 SANTO SUBITO
- Giuseppe Salpietro - 

Per anni, come tutti, mi capitava di guardare la pagina del diffuso quotidiano locale la Gazzetta del Sud tradizionalmente dedicata ai suffragi ed alle dipartite. Pochi lo ammettono, ma tutti, di tanto in tanto, danno una sbirciatina. Un veloce controllo con l’occhio mobile, cercando di scorgere tra una foto e l’altra del caro estinto il riaffiorare di un ricordo postumo, di una conoscenza giovanile.
Sappiamo tutti per certo, che molti, indifferenti al sali scendi dello Spread e del Pil, trovano appagamento nella macabra consultazione.
Immancabilmente, all’individuazione di un conoscente, le frasi rituali di stupore, si sono alternate con “puvireddu”, “ma cu ci l’avia a diri”, “era bravo, un SANT’UOMO”. Tutti buoni e Santi diventano nel loculo o sotto terra e forse è giusto così.
La morte crea una cesura netta con la vita. Cancella il male, facendo riemergere solo gli aspetti positivi naturalmente presenti in ogn’uno di noi, anche negli individui apparentemente  più abietti.  
Pur non potendomi intestare come fa il “Postulatore della causa”, l’avvio del travagliato percorso di canonizzazione  presso la “ Congregazione per le cause dei Santi”, organismo della Santa sede che si occupa dei processi di beatificazione, mi chiedo talvolta, ritenendolo inutile da riconoscere poi post mortem, se il mio personalissimo concetto di santità possa essere attribuito in vita a taluna delle persone che ho fin qui praticato.
Ci rifletto solo un attimo, ma  pur non essendo mai stato tenerissimo in genere con il clero, che tanto a parer mio ha fatto nei secoli per curare più il terreno anziché ambire al Paradiso, certamente di primo acchito il primo nome che mi viene in mente in un battibaleno è Carmelo Catalano. Si, proprio il reverendo Arciprete Padre Carmelo Catalano.  
Ed allora,  lo rivedo con quel suo faccione mite muoversi lento per il paese, costantemente dentro la sua tonaca che non sembra proprio appena uscita da una sartoria ecclesiastica di via della Conciliazione notandosi quella normale usura cangiante del tessuto nero, proprio come si addice ad un curatore di anime di campagna .
Ovviamente la lentezza è riferita al suo passo, non alla sua condotta di  guida. Infatti è noto,  senza offesa per nessuno, che quando si muove in macchina non “si ni parra”, sembra il simpatico roditore messicano del fumetto Spidi Gonzales, avendo l’abitudine di sfrecciare come un furetto in ogni dove per fare fronte alle diverse necessità che la sua costante opera di pastore gli suggerisce, sia all’interno che fuori paese. Se me lo offrisse, accetterei un passaggio, ma solo per amicizia o cortesia, mal celando una certa diffidenza per la sua guida che a giudizio dei paesani è a dir poco “sportiva”.
Lo vedo ancora dispensare sorrisi a tutti. Come l’ho visto in più occasioni pubbliche intervenire con naturalezza incantata facendo sempre con ostinazione il suo “mestiere” di prete. Infatti, con sistematica normalità e indipendentemente dalla tematica affrontata, Lui articola sempre con naturalezza un complesso sermone sull’insieme dei principi della dottrina cristiana e sui sacramenti.
Ebbene si, se a padre Carmelo lo invitate ad un convegno dove si blatera della crisi economica della nocciola,  o degli effetti devastanti dei ghiri, o dello stravolgimento ambientale o meteorologico, sempre a “missa va a finire”, sempre e costantemente a predica e per concludere, di fronte alla complessità dell’argomento imbastito, rimette ogni cosa alla volontà del creatore con un “come vuole Dio” che placa definitivamente gli intervenuti tutti.
Non penso conosca il web, non lo vedo nei panni di un frenetico digitatore di tastiere di computer,  ma certo conosce bene l’arte della comunicazione. Intuì anni addietro, che la sua comunità di anime è potenzialmente ben più vasta del ristretto nucleo che abita nel paese, ricomprendendo  nel suo alveo tutti coloro che nel tempo hanno lasciato a malincuore il gruppo con il corpo, ma non con il cuore.
Lungimirante, fu l’antesignano dei social network, una sorta di arcaico inventore di facebook casereccio che non ha tramutato il suo sforzo in ricchezza personale, continuando ad abitare la sua “sgarrupata” Silicon Valley di Ucria. Tutti parrocchiani dovevano diventare pensò, ed allora si inventò il  giornalino parrocchiale “Lettera alle famiglie” che utilizzò per stringere, come attorno ad un braciere, le tante anime sparse per il mondo, alle quali offrire informazioni dirette: nati, morti, matrimoni, nozze d’argento e d’oro …( mai, allo stato, una separazione, un divorzio o una sciarra ),  ma anche riflessioni alte divulgate con un dialogo semplice, quasi francescano, ma capace di toccare le corde giuste. Più volte mi arrivavano, come ai tanti privilegiati sparsi per il mondo, buste piene zeppe come fossero i panini della Mac Donald “Big Mac” a quattro strati, contenenti immagini sacre, libretti e rosari. Incuriosito, mi interrogavo sul costo economico complessivo che questo povero “parrino” doveva sopportare per la complessa operazione che solo di  affrancatura per ogni singolo plico costava più di quattro euro.
Anche se tutti gli vogliono bene, arriva al mio pur lontano orecchio un limite umano dell’uomo prete.  
Quale ?? Quello di provvedere oltremisura al bisogno degli indigenti, di offrire talvolta il pasto ai disagiati o di essere caritatevole con gli ultimi squattrinati. A me personalmente, che non sono da annoverare (ancora per poco), in nessuna delle dette categorie, una sera d’estate di alcuni anni addietro, mi portò nel suo giardino-orticello  limitrofo alla Chiesa Madre,  e mi regalò con orgoglio una piantina di “pitrusino” ottenendo in me lo stesso effetto che provoca il dono di una cosa rara, tanto era il piacere che vedevo trasparire in lui nel consegnarmi l’umile vegetale.
Corre Padre Carmelo con la sua automobile da un ospedale all’altro alla ricerca di “vecchiareddi” non in salute, dei quali a dire il vero nel circondario non c’è penuria, per non privarli del conforto dei Sacramenti e del sostegno offerto dall’antica fede, ma rischiando spesso di lasciare “in tredici” i fedeli che in chiesa aspettano la celebrazione della messa dopo infinite giaculatorie, litanie e novene .
Penso che, se gli fosse stato consentito, avrebbe stravolto la toponomastica del Paese dedicandola a tutti  i Santi del Paradiso, lasciando con il nome originario solo le vie: Padre Bernardino, grande botanico/monaco; Santa Croce; San Leo; San Filippo e San Michele, ed in aggiunta, come se non bastasse, avrebbe disseminato Santi, Madonne e “Signuri” in tutti gli slarghi  del Paese.
Peccando un po’ di megalomania, ritiene che il suo orticello di “cucuzzi, mirinciani e pumadoru”, possa accostarsi al Giardino Inglese di Palermo o alla Villa Bellini di Catania, infatti, giornalmente, come avviene in altri ben più blasonati luoghi pubblici dotati di orologi floreali con piante sempreverdi, utilizzando pietre tondeggianti ordinatamente disposte fino a comporre la data del giorno, ricorda ai paesani che si affacciano dal muretto a protezione della pubblica via, l’inesorabile passare del tempo.
Nell’amena località nebroidea,il  terzo comandamento “Ricordati di santificare le feste”, più che garbato consiglio agli ucriesi, risuona come forte sollecitazione che entra dolcemente ma inesorabilmente nei timpani  fin dai tempi del suo predecessore padre Gagliardi. Come un moderno Don Camillo, il personaggio letterario creato dallo scrittore e giornalista
italiano Giovannino Guareschi interpretato nella versione cinematografica da Fernandel, utilizza potenti altoparlanti posizionati nei quattro lati del campanile  che diffondono la liturgia domenicale in ogni dove non lasciando  scampo a nessuno, anche a chi s’illude di farla franca seduto comodamente al bar ad indugiare nel sollazzo tra una birra, una briscola ed una scopa.
Questa si è catechesi. Semplicemente grazie, ed allora, perché aspettare qualche secolo, SANTO SUBITO !!







The Curious Adventurer with the Sharp Eyes and Good Hands - Vincent Scalisi

The Curious Adventurer with the Sharp Eyes and Good Hands
- Vincent Scalisi- 

In Ucria Sicily, toward the end of the 1800’s, Concetta Murabito Scalisi was about to give birth to a son.   Her husband, Vincenzo Scalisi, had recently suffered a terrible injury.   Vincenzo worked the stone mines.  Only days before, he was placing dynamite as he did most days and some unexpected static electricity set the blast off too soon.   He survived the blast, but his eyes did not.  Concetta sat in her chair beside the bed on which her husband lay.  Her great belly, full with child, began to contract.  All this time, Concetta prayed, she prayed to Christ, She prayed to Mary, but mostly she prayed to Saint Lucy.  Her husband would survive, but would he be able to see. 
A strange thing happened.  Vincenzo would lose his sight, but the prayers to Saint Lucy were heard.  Saint Lucy gave her gift to the son.  Vincenzo named their son Domenico.   Domenico would be able see things that few others could.  He would see where water was hiding under the ground.  He would see the mushrooms before everyone else.  He would notice the movement of the animals and fish so as to catch them, and he could see how machines worked almost as if he created the machines himself.  He would come to work as a mechanic on a railroad and would disassemble the transmission of a Diesel locomotive and find the broken gear, and then put it all back together.  He did this without ever reading instructions or looking at diagrams.  He just saw it.  With those blessed eyes.  His friends and families would offer gifts in trade if he would come to them when they needed to dig a new well.  When he walked the forest, he always carried a basket, because he always found a meal.  Some said he could see the future.
Concetta was a tall woman.  Another distinguishing feature was her hands.  She had big strong hands, bigger than most men.   It was a trait she passed on to all the women who called her mother or grandmother and she passed that onto some of her sons.  Domenico had his mother’s strong and capable hands, and the eyes of one truly blessed by Saint Lucy.
Domenico was one of the youngest of his family and he had a very curious nature.  He had many older brothers and sisters and they all taught Domenico what they knew.  He was always asking questions and they taught him of the forest and the sea, the sky and earth.  They taught him the secrets of Ucria.  They taught him how to grow a garden, how to carve in stone.  They taught him about metal and wood.  Dom used his sharp eyes and his good hands.  And he dreamt of far off places.  When Domenico was old enough to be called a man he set himself to adventure.  This little town on the hill had taught him much, but he had explored every little space, every field, and every forest glade.  He had learned all he could from his Parents and his siblings and he longed for a new place to explore. 
After some travel through Europe and Africa with the French Foreign Legion, (little is known of this time), Domenico went to America.  The first family he had, he lost.  It was the great influenza epidemic and little girl after little girl died in childhood.  A wife and daughter disappeared.  Dom had a second family.  He married Anastasia and they had three sons.  All the boys were curious adventurers, who had strong hands and keen eyes.  The oldest was Vincenzo; he was a man of great size and strength.  He was also known for his faithfulness.  He loved his wife and family and friends with a depth that was deeper than most. 
A second son was blessed so deeply with a love for all people that God took something from him.  He did not speak well.  Some say his mind was slow.  But all of his nieces and nephews learned how to truly love each other because of him.  He also taught us all to talk to the animals.  They are really the same thing.  Loving each other and talking to the animals.  You just have to open your heart to receive their love while giving them your heart and your love.  
The third son, Allesandro Salvatore Giovanni Scalisi, still lives and loves.  He too has an eye to envy, and hands that can mend a broken heart, a scraped knee, or masterfully work a machine that shapes metal.
These sons had children also.  Vincent, Timothy, Mary, Jill, Tina and Alex, and they have children too.  Pauline, Emma, Tim and Tom, Alexandra, and Thomas, Jack and Anastasia and Dillon and Quinn.   Some of the children have strong hands, some a keen eye, and some still are blessed with both.  But all of us are curious adventurers.
My name is Vincent Scalisi and this story is about how I am connected to a place and a people.   I have found that I live in three places at once.  Almost as if I am a rubber band.  I am in the present.  I breathe the air and my heart beats and I grateful for this beautiful life.  I am grateful for this moment.  I also look to the future and plan as best I can.   Sometimes it is simple things, like planting the garden in the spring or crushing the grapes during a full moon in September.  Sometimes it is far in the future.  What shall I do when my child is grown?  What shall I do when I retire?  What adventure will I go on next?
I also found that I exist in the past as well.  The things I do, without thinking, I do because I must, because my father did these things, because my grandfather did these things. 
I seek to know myself as best as I can.  I wish to understand who I am, and where I come from, so I can understand the future.   I think this is how Domenic saw the future.  To do this I must know where I come from.  To do this, I must come to know, Ucria. 

Traduzione in italiano
L'avventuriero curioso con gli occhi acuti e buone mani
In Ucria Sicilia, verso la fine del 1800, Concetta Murabito Scalisi stava per dare alla luce un figlio. Suo marito, Vincenzo Scalisi, ha recentemente subito un terribile infortunio. Vincenzo ha lavorato nelle miniere di pietra. Solo pochi giorni prima, è stato mettendo dinamite come ha fatto la maggior parte dei giorni e alcuni di elettricità statica inaspettato impostare l'esplosione fuori troppo presto. Sopravvisse l'esplosione, ma i suoi occhi non lo fece. Concetta si sedette sulla sedia accanto al letto su cui giaceva il marito. La sua grande pancia, piena di bambino, ha cominciato a contrarsi. Per tutto questo tempo, Concetta pregava, pregava Cristo, Pregò a Maria, ma soprattutto ha pregato a Santa Lucia. Suo marito sarebbe sopravvissuto, ma sarebbe in grado di vedere.
Una cosa strana. Vincenzo avrebbe perso la vista, ma le preghiere a Santa Lucia sono stati ascoltati. Santa Lucia ha dato il suo dono al figlio. Vincenzo chiamato il loro figlio Domenico. Domenico sarebbe in grado di vedere le cose che pochi altri potevano. Avrebbe vedere dove l'acqua era nascosto sotto la terra. Avrebbe vedere i funghi prima di tutti gli altri. Avrebbe notato il movimento degli animali e pesci, per catturarli, e poteva vedere come le macchine hanno lavorato quasi come se avesse creato le macchine se stesso. Lui sarebbe venuto a lavorare come meccanico in una ferrovia e potrebbe smontare la trasmissione di una locomotiva Diesel e trovare l'ingranaggio rotto, e poi mettere tutto insieme. Lo ha fatto senza mai leggere istruzioni o guardando schemi. Ha appena visto. Con quegli occhi benedetti. I suoi amici e famiglie avrebbero offrire doni in commercio se sarebbe venuto a loro quando avevano bisogno di scavare un nuovo pozzo. Quando camminava nella foresta, portava sempre un cesto, perché ha sempre trovato un pasto. Alcuni hanno detto che poteva vedere il futuro.
Concetta era una donna alta. Un'altra caratteristica distintiva era le mani. Aveva grandi mani forti, più grandi rispetto alla maggior parte degli uomini. E 'stato un tratto passò a tutte le donne che hanno chiamato la madre o la nonna e lei passò che su alcuni dei suoi figli. Domenico aveva mani forti e capaci di sua madre, e gli occhi di uno veramente benedetto da Santa Lucia.
Domenico era uno dei più giovani della sua famiglia e aveva un carattere molto curiosa. Aveva molti fratelli e sorelle e tutti insegnato Domenico ciò che sapevano. Era sempre a fare domande e gli insegnò del bosco e il mare, il cielo e la terra. Gli insegnarono i segreti di Ucria. Essi gli hanno insegnato come far crescere un giardino, come a scolpire nella pietra. Lo insegnato metallo e legno. Dom usato i suoi occhi acuti e le sue buone mani. E sognava di posti lontane. Quando Domenico era vecchia abbastanza per essere chiamato un uomo si mise a avventura. Questa piccola città sulla collina gli aveva insegnato molto, ma aveva esplorato ogni piccolo spazio, ogni campo, e ogni foresta radura. Aveva imparato tutto quello che poteva dai suoi genitori ei suoi fratelli e ha desiderato un posto nuovo da esplorare.
Dopo qualche viaggio attraverso l'Europa e l'Africa con la Legione straniera francese, (poco si sa di questo tempo), Domenico andò in America. La prima famiglia che aveva, ha perso. E 'stata la grande epidemia di influenza e la bambina dopo bambina morta nell'infanzia. Una moglie e figlia scomparse. Dom ha avuto una seconda famiglia. Ha sposato Anastasia e hanno avuto tre figli. Tutti i ragazzi erano avventurieri curiosi, che hanno avuto forti mani e occhi acuti. Il più vecchio è stato Vincenzo; era un uomo di grande dimensioni e forza. Era anche conosciuto per la sua fedeltà. Amava la moglie e la famiglia e gli amici, con una profondità che era più profonda di più.
Un secondo figlio è stato benedetto così profondamente con un amore per tutte le persone che Dio ha preso qualcosa da lui. Non parlava bene. Alcuni dicono che la sua mente era lento. Ma tutti i suoi nipoti imparato ad amare veramente l'altro a causa di lui. Ci ha anche insegnato a parlare con gli animali. Sono proprio la stessa cosa. Amare l'altro e di parlare con gli animali. Basta aprire il vostro cuore a ricevere il loro amore dando loro il vostro cuore e il vostro amore.
Il terzo figlio, Allesandro Salvatore Giovanni Scalisi, vive e ama. Anche lui ha un occhio da invidiare, e mani che possono riparare un cuore spezzato, un ginocchio sbucciato, o magistralmente lavorare una macchina che modella metallo.
Questi figli avevano anche i bambini. Vincent, Timothy, Mary, Jill, Tina e Alex, e hanno anche figli. Paolina, Emma,
​​Tim e Tom, Alexandra, e Thomas, Jack e Anastasia e Dillon e Quinn. Alcuni dei bambini hanno mani forti, alcune un occhio attento, e alcuni ancora sono benedetti con entrambi. Ma tutti noi siamo avventurieri curiosi.
Il mio nome è Vincenzo Scalisi e questa storia parla di come mi sono collegato ad un luogo e di un popolo. Ho scoperto che io vivo in tre posti contemporaneamente. Quasi come se fossi un elastico. Io sono nel presente. Respiro l'aria e il mio cuore batte e grato per questa bella vita. Sono grato per questo momento. Guardo anche al futuro e pianificare nel miglior modo possibile. A volte è le cose semplici, come piantare il giardino in primavera o pigiatura delle uve durante la luna piena nel mese di settembre. A volte è lontano nel futuro. Cosa fare se il bambino è cresciuto? Cosa devo fare quando andrò in pensione? Che avventura andrò on next?
Ho anche scoperto che esisto in passato pure. Le cose che faccio, senza pensare, faccio perché devo, perché mio padre ha fatto queste cose, perché mio nonno faceva queste cose.
Cerco di conoscere me stesso come meglio posso. Vorrei capire chi sono e da dove vengo, così posso capire il futuro. Penso che questo sia il modo Domenic vedeva il futuro. Per fare questo devo sapere da dove vengo. Per fare questo, devo venire a conoscere, Ucria.


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