giovedì 22 gennaio 2015

SECOLI DI... (testo e musica di Nino Rigoli)

SECOLI DI...
(testo e musica di Nino Rigoli)
Secoli di odio, secoli d'amore
Secoli di fame, quando cambierà?
Secoli di odio, secoli d'amore
Secoli sdi storia, come finirà?
(L'universo in me, L'universo in me)
IO NON HO MAI VOLUTO NIENTE DI SPECIALE CHE NON FOSSE AMORE
CHE NON FOSSE IL CIELO, CHE NON FOSSE IL MARE TRASPARENTE IN ME

IO LO SO COSA VOGLIO, MARGHERITA E' UN GIGLIO, CON LEI FACCIO UN FIGLIO
PETALI ROSA PRENDO TE MIA SPOSA, VIENI VIA CON ME
(L'universo in me, L'universo in me)
Secoli di odio, secoli d'amore
Secoli e progresso...Quale equilibrio c'è?
Secoli di odio, secoli d'amore
Secoli che il mondo, gira per amore...Se gira è per amore
(L'universo in me, L'universo in me)
IO NON HO MAI VOLUTO NIENTE DI SPECIALE CHE NON FOSSE AMORE
CHE NON FOSSE IL CIELO, CHE NON FOSSE IL MARE TRASPARENTE IN ME

IO LO SO COSA VOGLIO, MARGHERITA E' UN GIGLIO, CON LEI FACCIO UN FIGLIO
PETALI ROSA PRENDO TE MIA SPOSA, VIENI VIA CON ME
(L'universo in me, L'universo in me)

Contrappunto
IO NON HO MAI VOLUTO NIENTE DI SPECIALE.......................




"IL MESTIERE DEL MEDICO" - Mario Angelo Nici -

"Ieri sono andato in ospedale e sono sceso nella chiesetta al piano seminterrato: mi sono reso conto di esserci entrato in precedenza solo una o due volte, negli ultimi dieci anni. La piccola cappella, ricavata da un vecchio ambulatorio, era deserta e profumava di incenso, ma appena appena, come un vago sentore, un ricordo sfocato di Natali lontani e più o meno felici (felici, che vorrà mai dire questa parola).
Non sono mai stato un fervido praticante; credo infatti che sia stato qui richiamato soprattutto da quel senso o bisogno di comunità, che si va perdendo e di cui questa chiesetta vuota appare l'immagine più plastica: quest’anno, in particolare, mi sono trovato a riflettere su alcuni aspetti della mia professione.
Mi sono interrogato, per esempio, sul modo in cui sto lavorando o, per meglio dire, sul modo in cui sto interpretando il mio lavoro.
Il mestiere del medico é particolare, non dico che sia il più bello del mondo, ma ha un suo indiscutibile fascino. C’è qualcosa, nel mestiere che faccio io, che agli altri manca.
Quando un medico si reca al lavoro è come un bicchiere pieno: di ansie personali, problemi familiari, guai di salute. Ma quando arriva in ospedale ha di fronte un altro bicchiere pieno: il paziente. E allora l’unico modo per affrontare degnamente il problema è decidere di vuotare parte del contenuto del nostro bicchiere, accettare l’idea che il bicchiere del paziente sia per forza di cose più pieno del nostro. Come medici, ci lasciano crescere nell’idea che il nostro sia un mestiere puramente tecnico: hanno persino elaborato un nuovo credo pagano a supportare questa teoria, l' EBM, cioè la Medicina Basata sulle prove di Evidenza, quasi che il paziente fosse una "scena del crimine" nei telefilm americani della serie CSI, e invece abbiamo a che fare con le persone. Persone ammalate, talvolta sole, sofferenti o solo preoccupate. Con un bicchiere più pieno del nostro.
Negli anni, forse per un naturale meccanismo di autodifesa, forse per stanchezza o più probabilmente per tutt'e due, il mio approccio con il paziente è diventato sempre più asettico ed impersonale, quasi sfuggente. É emblematico di questa condizione il mio pessimo rapporto con il telefonino. Spesso, infatti, i pazienti esagerano i loro sintomi, sono ipocondriaci, vi tormentano con quesiti clinici a prima vista assurdi, chiamando a tutte le ore, ma tante altre volte, ed è la maggioranza dei casi, il paziente parlandovi urla la sua diagnosi. Si può nella quotidiana e sempre più difficile pratica professionale mantenere una maggiore sensibilità verso questi aspetti, senza gravare troppo e terremotare la propria sfera personale? É faticoso, ma si può e si deve. Ho sempre pensato che il sistema sanitario stia in piedi grazie alle persone che ci lavorano, non ad altro.
Qualche tempo fa mi é capitata una signora impaurita. Era prenotata per eseguire una Tac oncologica di controllo. Dopo anni di calvario, tra interventi, radio e chemioterapie devastanti, aveva perso la voglia e la speranza. All'atto del consenso informato, non voleva più sottoporsi all'esame. Un po' distrattamente l'ho convinta a farlo, come atto dovuto. Alla fine dell'esame, la signora mi ha preso la mano, ha girato verso di me il suo viso all'improvviso dolcissimo ( ma era dolcissimo pure prima, solo che io guardavo senza vedere) e ha detto: "Io non posso vederla, lo sa...la chemioterapia mi ha tolto la vista, però la sua voce mi ha rassicurato, grazie, lei è una brava persona ed un bravo medico".

É stato quasi uno schiaffo in faccia. Perché poi ripensandoci ero io che volevo ringraziare lei, ormai andata via. Ecco, questo pensiero che oggi riaffiora é un po' il mio regalo di Natale: i pazienti, in un modo o nell'altro, consapevoli o inconsapevoli, ci scelgono, non è mai il contrario, e poi bisogna essere all’altezza del compito che ci è affidato, anche quando si è troppo stanchi.
Natale è passato, oggi sono di guardia, tanti auguri a chi non sta bene, a chi sta bene ed a voi tutti".

CHIACCHIERANDO DI MALATTIE E NON SOLO: LA SFIDA - Antonella Algeri -

 CHIACCHIERANDO DI MALATTIE E NON SOLO: LA SFIDA
- Antonella Algeri -
Nello scorso numero del nostro giornalino abbiamo lanciato una sfida più o meno consapevolmente.
La sfida è “uscire fuori dagli schemi”……….era Natale, bisognava essere positivi, parlare di cose belle, scambiarsi gli auguri, ecc.ecc., e invece che ti andiamo a pubblicare? Un articolo sulle malattie rare, argomento sicuramente interessante e che intendiamo riproporre già dal prossimo numero, ma non in linea, come dicevamo, con l’atmosfera natalizia, un po’ “fuori dagli schemi”!
Perché uscire fuori dagli schemi, fuori dalle gabbie mentali? Perché abbandonare le vecchie abitudini così comode e rassicuranti e pensare in modo creativo?
Albert Einstein diceva: “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero con cui li abbiamo creati”….. ecco appunto!
Immaginiamo di dover trovare una soluzione ad un problema quotidiano, i più si fermano alla prima idea che viene loro in mente e che di solito è la più scontata, la più ovvia ma a volte anche la meno indicata, il creativo cioè  colui che  “ esce fuori dagli schemi” pensa “ok si potrebbe fare così, oppure?”, ecco l’oppure ci apre la strada a punti di vista alternativi, a prospettive diverse con fantasia e creatività, a soluzioni originali (vedi l’idea di Achille Baratta nello scorso numero, lui stesso  dice “capisco che la proposta vi sembrerà strana”). Sempre Albert Einstein diceva: “la logica vi porterà da A a B, l’immaginazione vi porterà dappertutto”.  Ecco la sfida, una sfida lanciata a tutti gli ucriesi, giovani e meno giovani. Ripensiamo il paese con nuove prospettive, progettiamo soluzioni non convenzionali, tutto si può se lo si vuole veramente.
Ora ritornando alle malattie rare e non, vogliamo per un attimo abbandonare i panni dell’ammalato, del paziente, per ascoltare le emozioni che agitano l’animo di chi ,tutti i giorni,  si confronta con le malattie, col dolore, seppur da un’altra angolatura, dall’altra parte della barricata.
Ecco quanto scrive un medico, uno dei tanti figli di Ucria, il Dr. Mario Angelo Nici che ha voluto condividere con noi una sua riflessione sull'essere dall'altra parte della barricata, riflessione  già postata su Facebook in occasione delle recenti festività.



U MA PAISI - Antonino Algeri -

U MA PAISI
- Antonino Algeri -
Il Paese di UCRIA si trova in provincia di Messina, nell’antica zona Val Demone e precisamente sulla strada statale 116, la quale attraverso i monti Nebrodi, da Capo d’Orlando va verso Randazzo; ad una distanza di 33 Km sia da l’una che dall’altra città. È in una posizione logistica ottimale, essendo alla confluenza di tre strade, la S.S. 116, la strada provinciale 136 (Patti - Ucria) e la strada provinciale (Ponte Naso - Ucria), forse, proprio per questo motivo, l’insediamento urbano è nato in questo luogo (queste strade sono le vecchie trazzere o mulattiere).
Il suo panorama visto da Raccuia o dalla contrada Bellino presenta la forma di una A in carattere stampatello maiuscolo, con ai tre vertici le contrade Caffuti in alto e Annunzia e Valle alla base.
È sovrastato da una ampia pineta, che colora con un intenso verde la sommità del paese. Fanno bella mostra di se, in questa pineta, maestosi alberi di pino domestico e di leccio, il sottobosco, ricco di morbido muschio, offre un habitat naturale alla crescita dei funghi.
Il parco suburbano creato recentemente all’interno della pineta è l’ideale rifugio dove, sia le persone adulte che i piccoli possono passare una giornata all’aria aperta rilassandosi e ossigenandosi.
Dalla pineta, percorrendo un breve tratto di strada, si può raggiungere il Monte Castello, ad una quota di quasi 1000 metri e far spaziare lo sguardo fra il mar Tirreno e le isole Eolie a nord e l’Etna a sud e dominare dall’alto il panorama del paese immerso in una immensa vallata di noccioleti.


       ’U ma paisi


D’un munti si trova a mezza costa

eni picciriddu, ma  beddu quantu basta,

‘u suli appena spunta ‘a matina
’u dduma subitu comu ’na lampadina.

Pari un presepiu a cussì ddumatu,
pari nu locu maggicu, ’ncamtatu,
pari chi si vidunu tanti signuri
e tanti fimmini chi portunu sciuri.

Cantunu supra l’arburi acceddi
pari vunu diri quantu siti beddi.
A iucari ‘nta li strati stritti
criscinu i carusi forti e dditti.

Ma ora u sapiti chi ddu chi sauccedi ?
Vinennu du Casali, c’’a machina o appedi,
guardannu basciu di lu chian’i campu,
si vidi ‘na A chi pari fatta cu stampu.

Sunu i casi d’’u paisi Ucria
pari vonu fari festa a mia.
Sunu vicchiareddi, menzi diroccati,
di l’anni sunu stati massacrati.





Guardannu megghiu 
 mentri m’avvicinu,
cu l’occhiu di lacrimi chinu,
vidu chi i  casi sunu disabitati,
nun ci su carusi mmenzu i strati,

e arrivannu ’nta chiazza principali,
nun ci su giovini, sulu quattro pali.
Stu pinzeri ’u cori mi fa doliri,
stu paisi, leggio leggio, va a moriri.

P’’u turbamento aju ’a gola sicca,
ci pensu supra, e dopu ’na picca
<Crioti,> un gridu mi parti di lu pettu
<facimulu crisciri cu amure e affettu>.
 

Nino Algeri

          Concorso “Sotto l’egida dell’amore


IL FEDERALE - Giuseppe Salpietro -

IL FEDERALE
- Giuseppe Salpietro - 

Fu uno degli uomini più potenti di Messina nel periodo che si colloca a cavallo tra le due guerre, ma non se lo ricorda più nessuno. Non ne sento mai parlare.
Era federale fascista, temuto e rispettato. Lo ricordo in alcuni sbiaditi film Luce muoversi con passo sicuro accanto al Duce mentre questi, in visita a Messina,  inaugurava la rinnovata Stazione centrale o l’appena eretto “Ospedale Regina Margherita”. Erano i primi anni 30.
Fin da piccolo ebbi modo di conoscerlo ed a causa della mia giovane età, o della sua, naturalmente già avanzata, m’è parso da sempre anziano, ma in modo indefinito avendone constatato una vitalità non comune.
Per parlare si serviva di una microfono portatile a batterie che alla bisogna accostava al collo esattamente in una zona dove era stata praticata una fessura. Esercitando una piccola pressione su di esso attivava il “marchingegno” che amplificava la fioca voce sibilante ottenendone, grazie all’ausilio, un suono rauco e compatto simile a lievi continue martellate intermittenti come fosse un telegrafo o una vecchia radio a valvole in cerca della giusta frequenza. L’effetto era che nessuno imbastiva con lui lunghe conversazioni, ma tutti eseguivano muti ed incerti da farsi.
“Ma chi dissi ?”.
Sempre apparentemente cortese nei modi, ma di natura ispida.
Forse perché ero innatamente diffidente, forse perché già adolescente avevo maturato una mia personale idea sul “ventennio”, non mi incantò mai, anche se ammiravo i tratti di una spiccata forte personalità.
Solo talvolta, indulgendo discretamente all’umana vanità, parlava del passato. Mi mostrò in una sola occasione un vecchio libro nel quale, tanto l’aveva guardato, trovò subito la sua biografia accostata ad una immagine fotografica che lo ritraeva a mezzobusto da giovane. Ricordo vagamente un profilo severo con l’attaccatura dei capelli sulla fronte alta, neri e lucidi, tirati all’indietro con abbondanti quantità di brillantina Linetti.
Costui abitava in un villino a due piani posto sulla circonvallazione, oggi Viale Regina Elena. La casa era decorosa, ma non lussuosa. Oggi verrebbe considerata assolutamente comune. Dalla strada un cancello in ferro a sagome rettangolari, consentiva l’accesso ad una decina di scalini che superando il dislivello dallo stradone, conducevano ad uno slargo rialzato dal quale si accedeva alla dimora.
Aveva avuto dal matrimonio tre figli, due dei quali maschi. Uno di questi, che viveva nella casa paterna, lo segnò certamente per il dispiacere, infatti dopo una breve vita travagliata a causa di diverse problematiche legate alla sua salute cagionevole,  gli premorì.
Quello che mi appariva stupefacente dell’arzillo, considerato che ai tempi non erano percorribili le attuali autostrade, era che ogni giorno con la sua utilitaria, una Fiat 850, passando dai Colli San Rizzo, scorciatoia che un tempo si percorreva per valicare in località “Quattro strade” i Monti Peloritani, percorreva l’intero tragitto da Messina a San Piero Patti e talvolta Ucria e ritorno, per essere lì pronto a curare le varie attività che il governo “da robba” richiedeva.
Cose da pazzi pensavo, ad ottant’anni, con un’automobile sgarrupata, questa frenesia non comune. Neanche il radiatore dietro la mascherina anteriore aveva. Quale ABS, il dispositivo che evita il bloccaggio delle ruote; quale ESP, il congegno di controllo elettronico della stabilità dinamica; quale TCS, che riduce il pattinamento delle ruote e migliora la stabilità. Al tempo non erano contemplati.  Imperterrito percorreva trecento chilometri per ogni santo giorno, concedendosi una sorta di “fermo biologico” come per il pesce negletto, solo nelle feste comandate, ma non certo per santificarle. Andava e veniva, avanti ed indietro come un orologio a pendolo sia in estate, che in inverno. Ma che aveva da fare l’ingegnere, quali erano i suoi affanni quotidiani. Vero è che aveva proprietà, a sentire i più, vaste: u Nucidditu, Spaditta …. , ma possibile che dovesse così frequentemente incontrare campieri, fimmini e sovrastanti per curare i suoi interessi.
Penso proprio invece, che non si fosse mai adattato al suo nuovo status di uomo qualunque. “Ci staunu stritti i panni” abituato com’era, un po’ per censo, un po’ per ricchezza acquisita “a papariari”.
Si favoleggiava dei suoi arrivi ad Ucria con questa enorme macchina scura, pare decappottabile, il cui “scrusciu du muturi si sintia i Rudaffi”.
Non so se frutto di diceria, ma sentivo per certo, che per amore del gioco o per spavalderia, l’azzardo con le carte non gli era sempre propizio, tant’è che più di una proprietà e di una casa passo di mano in un sol colpo.
Ad Ucria abitava in palazzetto posto in via Gaetano Algeri oggi stravolto nel suo stile originario, ma che ancora dovrebbe conservare l’ampio androne e le scale in pietra locale. Al suo angolo rimasto indenne, sotto l’ampio terrazzo dove erano un tempo riversate quintali di nocciole ad asciugare al calore settembrino, vi era il garage delle sue autovetture poi divenuto, in tempi più recenti, officina di riparazioni meccaniche.
Possedeva, a dire il vero, anche una Fiat Campagnola modello ’56, comunemente chiamata Jeep ma non lo era, che ricordo spesso proprio in quel garage e che utilizzava, considerate le sue diverse caratteristiche di trazione, per i percorsi più accidentati.
Proprio in occasione di un passaggio verso Ucria con la Campagnola, ebbi modo di incrociare a San Piero Patti il noto Antonino Spanò, il cui caso può essere certamente inserito nelle più clamorose vicende di malagiustizia italiana.
Era l’ottobre del 1945 quando Spanò, originario di San Pietro Patti, fu accusato di avere ucciso nelle campagne di Ucria il benestante Francesco Baratta.
Solo nel 1969 la Corte d’Assise d’Appello proclamò l’assoluzione di Spanò « per non avere commesso il fatto », ma dopo 23 anni, 8 mesi e 21 giorni di prigionia buona parte dei quali trascorsi nel carcere dell’Isola d’Elba.
Passò il resto della sua sfortunata vita facendo il messo notificatore presso il Comune  San Pietro Patti.
L’ingegnere riposa anch’egli nel piccolo cimitero di Ucria, nessuno sfarzo, nessun cenno all’antica temuta fama che talvolta, per necessità, doveva pur sostenersi con copiose lubrificazioni di budella altrui mediante poco gradite dosi di olio di ricino. Oggi, solo freddo granito.
Penso proprio che la morte anche in questa circostanza, come in tante altre, abbia pareggiato gli esiti finali, anche se questi, come gli altri, merita un fiore dalle mani pietose dei vivi, avendo certamente espiato anzitempo patendo l’aspra sofferenza già sulla terra.  


IO EMIGRATA - Angela Niosi -

IO EMIGRATA
- Angela Niosi -  

Sono approdata in territorio lombardo più di trenta anni fa.
Fino ad allora, le mie conoscenze su di esso si limitavano a nozioni scolastiche, pianura padana, coltivazione di mais, Milano città industriale e sui racconti degli emigrati che tornavano al paese con l’accento di lassù e che io ascoltavo quasi distrattamente.
Mai , allora, avrei pensato che ne avrei fatto parte.
E invece, un giorno, sganciata dall’abbraccio rassicurante del mio paese e della mia famiglia, mi ritrovai anch’io a percorrere in treno tutta l’Italia per fermarmi alla stazione di Milano centrale.
La prima cosa che mi colpì furono lo spazio e le altezze: grandi palazzi, grandi parchi, grandi piazze. Mi sentii colta da vertigini. E poi, gente, tanta gente, mia madre avrebbe detto un popolo ebreo, che correva avanti e indietro, senza guardarti.
Mi aggrappai al ricordo del mio paese dove, fin dal mattino, si sentivano saluti e buoni auguri che si incrociavano riscaldando l’aria. Qui nessuno mi conosceva e nessuno aveva voglia di conoscermi. Mi sentivo smarrita.
Iniziai la mia nuova vita e i primi tempi vissi due realtà, quella vera e quella immaginata lontana da lì, al mio paese.
Mi informavo regolarmente su quello che succedeva mentre io non c’ero, contavo i giorni che mi separavano da una nuova partenza  ma pian piano mi resi conto che andavano mancandomi grossi pezzi di vita. Tentavo di ricucire quegli strappi facendomi raccontare, al mio arrivo, tutto ciò che mi ero perso ma non era la stessa cosa. Vivevo le emozioni in differita.
Finii col rassegnarmi e con l’adattarmi. Imparai anch’io a correre e a non avere tempo, a dire un etto di  Bologna anziché cento grammi di mortadella, a non indicare più col dito ciò che desideravo dal panettiere o dal fruttivendolo, visto che all’inizio non ci intendevamo sui nomi.   
Mi interessai ai weekend e alle settimane bianche, al brasato e alla polenta, iniziai a capire la paccata di soldi e l’occhio della fronte, il parla quando canta la mucca e Dio come sono impiccioni questi terroni.
Quasi senza accorgermene,imparai ad amare la mia nuova vita, la mia nuova gente e non ci fu più bisogno di recitare.
Recuperai me stessa e capii che, anche lontana dalle mie radici, ero fiorita ugualmente.

Il mio paese aveva continuato a nutrirmi  e  mi avrebbe allargato le sue braccia se solo io avessi voluto abbandonarmi al suo calore. 

La IVa Uscita del GIORNALINO "La Cruna dell'Ago" del Gruppo Culturale Ucriese Ranieri Nicolai"